Come è arrivato Davide Foti a intraprendere il progetto Transat?
Non è cominciato su una barca a vela. È cominciato nella plancia di un aliscafo, con gli occhi fissi su sette isole.
La Transat è l’Atlantico attraversato da solo, su una barca di sei metri e mezzo. Ma per capire come ci sono arrivato bisogna tornare indietro. Molto indietro. Fino a una piccola penisola della Sicilia che punta verso nord.
Sono nato a Milazzo. E davanti a me, fin da quando ho memoria, c’erano le isole Eolie, con i loro splendidi tramonti colorati.
Mio padre era un appassionato di mare e di pesca, e fin da piccolo mi portava con sé a pescare. Ricordo pescate splendide: totani, tonni, pesci spatola. Era un altro mare, allora, molto più popolato di pesce di quanto lo sia oggi. Prima ancora di salire su una barca a vela, avevo già imparato a stare in mare accanto a lui.
Quando finiva la scuola, per me cominciava l’estate vera. Salivo sugli aliscafi con mio padre, ufficiale di macchina, e passavo intere giornate in plancia, con gli occhi fissi su quelle isole. Lui non si limitava a dirmi i loro nomi: me le raccontava.
Mi diceva che non erano semplici isole, ma sette sorelle: sette gemme di un diadema che gli dèi avevano posato sul capo della Sicilia per renderla ancora più bella. Mi parlava di Eolo, il dio dei venti, che a Lipari ospitò Ulisse e gli regalò il famoso otre. Mi parlava di Efesto, il dio del fuoco, che nel ventre di Vulcano forgiava le armi per gli dèi e per gli eroi.
E ogni sorella aveva il suo carattere. Lipari, la maggiore, ricca di storia. Vulcano, l’energica, con i fanghi termali e le spiagge nere. Salina, la verde, dei capperi e della Malvasia. Stromboli, “la focosa”, come la chiamava mio padre, o Iddu, “Lui”, per chi ci vive: un vulcano sempre acceso. Panarea, la mondana. Filicudi, che mio padre chiamava “la sporcacciona” per la sua forma: una donna incinta sdraiata, con il ventre rivolto verso l’alto. Selvaggia, senza freni. E Alicudi, la solitaria, senza strade né motori, dove ci si muove a piedi o con i muli.
Più ascoltavo, più mi appassionavo. Il mare, per me, non era ancora uno sport. Era mio padre, e tutto quello che mi raccontava.
Fu in quel periodo che i miei genitori decisero di farmi provare la vela. Avevo circa otto anni. Ma il primo corso, al Circolo del Tennis e della Vela di Milazzo, era già iniziato da giorni. Per un bambino, poteva essere la fine di un sogno prima ancora di cominciare.
Mio padre non si arrese.
Il presidente di allora era l’ingegner Alberto Bonaccorsi, nipote di Luigi Rizzo. A Milazzo quel cognome lo conoscono tutti: Rizzo, nato qui nel 1887, fu il comandante dei MAS che nella Prima guerra mondiale affondò due corazzate austro-ungariche e passò alla storia come “l’Affondatore”.
Mio padre andò da lui e gli disse:
«Ingegnere, scusi il disturbo. Le chiedo una cortesia: mio figlio vorrebbe fare il corso di vela.»
«Ma il corso è già iniziato da giorni», rispose il presidente.
«Lo so, e capisco la difficoltà. Però glielo garantisco: non se ne pentirà.»
E aveva ragione.
Ancora oggi ringrazio la determinazione di mio padre. Quel giorno non chiese soltanto un posto in un corso: mi aprì la porta della mia vita. Se si fosse arreso davanti a quel “è già iniziato”, questa storia non esisterebbe.
Salii sul mio primo Optimist e fu amore a prima vista. L’istruttore era Sergio Beccaria. Ricordo ancora la prima sensazione: il vento che mi scorreva sulla pelle. Per la prima volta ero io a decidere la rotta, a scegliere dove andare. E c’era l’adrenalina, quella che la natura sa iniettarti con la sua forza.
Ma finito quel corso, finirono anche gli istruttori. A Milazzo non ce n’erano, e farli venire da fuori costava troppo. Da quel momento nessuno mi disse più cosa fare.
Continua nella prossima puntata. Cosa succede a un bambino che resta senza istruttori e decide di andare avanti da solo, d’inverno, con qualsiasi tempo?